2016-17 numero 2 

BROTHERS IN ARMS – DIRE STRAITS

(…)There’s so many different worlds\ so many different suns\ and we have just one world\ but we live in different ones(…)

(…)Ci sono così tanti mondi diversi\ così tanti soli diversi\ e noi abbiamo solo un mondo\ ma viviamo in mondi diversi(…)

Perdiamo il conto degli abbracci ricevuti nel corso della nostra vita.

Tu, lettore, sapresti dirmi quanti abbracci ti sono stati dati fino ad ora? Dieci? Cento? Un milione?

Non lo sai, eh? Però scommetto che, se ci pensi un po’, sarai in grado di ricordare almeno due-tre aneddoti comprendenti un abbraccio. Questo accade quando un semplice gesto riesce a trasmetterci una forte emozione, un’emozione che spicca in mezzo ai tanti informi e tiepidi atti quotidiani, e che quindi resta ben impresso nella nostra mente. Ma se ti dicessi che gli abbracci non sono solo fisici? I miei preferiti sono, infatti, gli abbracci sonori. Oggi te ne “mostrerò” uno, nella speranza di far vivere anche a te la magia di cui parlo.

La canzone che ho scelto si intitola “Brothers in arms”, risale al 1985 ed è la nona traccia dell’omonimo album dei Dire Straits, uno dei gruppi musicali rock che prediligo.

Una pioggia violenta, vento, gelo, guerra. Sembra quasi non ci sia via di scampo, quando, all’improvviso, la disperata preghiera di una chitarra apre un varco nella tempesta, mettendola a tacere, placando il vento e donando nuove prospettive.

Il silenzio, e poi una calda voce – avvolgente, familiare -inizia a raccontare all’ascoltatore la sua storia, una storia sempiterna: la dolorosa storia di un soldato morto in guerra, costretto a restare per sempre su quelle cupe montagne coperte di foschia. Rimpiangendo la pianura, la sua vera e ormai lontana casa, incita i suoi compagni a vivere, vivere la loro vita nonostante gli orrori della guerra, ringraziandoli per essergli stati vicini e leali durante la dura battaglia ma con la speranza che, tornando in salvo nelle loro abitazioni, non desidereranno mai più essere compagni di armi. Con parole amare e taglienti, condanna, con una delle riflessioni a mio avviso più belle di tutta la storia della musica, la stupidità e la brutalità della guerra. Dopotutto, i nemici che hanno combattuto, e ai quali hanno tolto la vita, sono simili a loro. Sono umani, come loro. Sono loro fratelli. Ma l’ostilità tra le parti, la voglia di vendetta, la voglia di sopraffazione insita nei meandri più oscuri dell’animo umano da sempre, fa sì che nessuno si renda conto di ciò, ottenendo come risultato un mondo ciecamente squarciato dall’odio.

Dove sta, allora, l’abbraccio di cui parlavo? L’abbraccio sta tra le righe. Quelle righe di speranza quasi latenti ma che, se si presta attenzione, appaiono vivide come non mai.

La profondità di questa canzone, dalla musica (l’impatto della struggente e al contempo rabbiosa chitarra di Mark Knopfler ha pochi termini di paragone) al testo, dagli effetti sonori iniziali al bellissimo video, la rende una delle “antiwar song” per eccellenza, una di quelle canzoni che chiunque, in un mondo squarciato dall’odio e da continue lotte per la supremazia (che si tratti di supremazia sociale, politica o economica, poco importa), dovrebbe ascoltare, per riflettere con la mente e con il cuore, per entrare in empatia con quel soldato, con i suoi compagni e con i loro “nemici”. Per guardare in faccia la cruda realtà e cercare una via di scampo. Per sentirsi piccoli di fronte a tanta crudeltà umana, piccoli dentro la tempesta, piccoli dinanzi alla morte, ma grandi nella speranza, nell’interazione, nella vita. Per riconoscere, in fin dei conti, un solo mondo, in tanti mondi diversi.

                                                                                                                                                                                                                                       Federica Scardina, VD

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