2016-17 numero 3 

LIBERTÀ E PASSIONI, SPINOZA E IO

Viviamo nella società dell’assorbimento parziale delle cose, delle parole, della vita, perciò quando pensiamo al concetto di indipendenza, di estraniamento da ogni causa che possa influenzare il nostro pensiero, di svincolo totale dal tempo, dalla storia, come realtà, siamo solamente investiti dall’aria di superficialità, che siamo abituati a vivere come se fosse il vero. La sfera culturale e socio-politica in cui siamo inglobati è parte integrante del nostro essere e in qualche modo, qualsiasi esso sia, mina le nostre opinioni, convinzioni, certezze, disfacendole e ricomponendole a suo piacimento.

Spinoza è uno di quei pensatori assolutamente influenzati dalla loro epoca: al clima di tolleranza olandese si aggiungeva quello della comunità ebraica, impregnato da correnti ereticali, che lo portarono, nel 1656 alla scomunica. Non può esser definito un filosofo isolato, bensì frutto di correnti filosofiche precedenti: il razionalismo di Cartesio e la concezione panteista di un essere superiore di Giordano Bruno; La relazione tra la tradizionale visione metafisico teologica del mondo e la nuova scienza, rappresenta l’incipit di tutta la filosofia spinoziana.

Nell’Etica, la sua opera più importante, sembra che Spinoza partisse dall’intuizione della verità. Di che verità si tratta? Dio, Natura, Sostanza, risponderebbe in modo pragmatico. Precedentemente anche Cartesio aveva parlato di Sostanza, un ente primo ma che senza rex cogitans e rex exstensa, pensiero e estensione, non raggiungeva la completezza: una sostanza potenzialmente vincolata. Perché qualcosa di primordiale non ha una definizione a sé? Perché necessita di essere giustificato da altro? Così Spinoza, partendo da questo presupposto, si focalizza sull’essere, deus sive natura, la cui essenza è esistenza, la cui causa deriva da se, è Causa Sui, e nella sua incondizionatezza non c’è posto per i vincoli, per i paletti, per un inizio e una fine. La sua infinità coinvolge anche gli infiniti attributi, ognuno in se infinito, di cui è composto e se dovessimo ritornare al concetto di rex cogitans e rex exstensa diremmo che questi sono solo due degli infiniti attributi di Dio, e sono gli unici che noi, in quanto uomini, conosciamo, essendo noi stessi pensiero ed estensione. Però è necessario dire che nessuno di questi attributi primeggia sull’altro, il pensiero non vale più del corpo poiché se il corpo è la parte esteriore della mente e quest’ultima è la parte interna del corpo, allora godranno di una corrispondenza biunivoca attraverso cui si evince che, gli attributi, se pur godono dell’infinità della Sostanza, sono condizionati da essa e da ognuno di loro. Se la Sostanza è tutte queste cose, se è increata, infinita, unica, se è perfectio, allora sarà automaticamente libera. La libertà per Spinoza infatti è incondizionatezza. Nulla è incondizionato eccetto la Sostanza, che in quanto causa sui deve esserlo necessariamente. Quindi c’è una perfetta identità di Spinoza tra necessità e libertà, poiché libertà significa agire incondizionatamente, ma se si agisce per propria natura, significa che si agisce necessariamente. La libertà della sostanza quindi è il suo agire incondizionato, un agire necessitato dalla sua stessa natura.

L’agire umano invece preclude necessariamente l’esistenza del libero arbitrio poiché ci muoviamo in un campo condizionato. Come disse Freud: «Agiamo non essendo consapevoli delle cause che ci spingono a compiere una determinata azione». Quindi se per libertà s’intende libero arbitrio, allora sarà ignoranza, ignoranza delle cause e della sostanza. In questo senso sembra che io sia abbastanza conoscitrice della sostanza. Non mi sento affatto libera e anche la mia idea di libero arbitrio si è sgretolata del tutto. La condizione dell’uomo mi è sempre sembrata l’ombra di quella di un altro. Nasciamo per volontà altrui, moriamo perché il tempo è stato più veloce di noi o perché siamo stati spinti a superare i limiti del vivibile. Non siamo eterni, non siamo perfetti né possiamo provare ad esserlo perché ogni qualvolta sbagliamo, anziché imparare perseveriamo, per sopravvivere abbiamo bisogno di adeguarci, dire e pensare ciò che gli altri vogliono, altrimenti ci ritroveremmo soli, e la solitudine non è vita. Siamo noi stessi a condizionarci, a legarci le mani, o a legare la nostra vita a quella di un altro, perché è molto più semplice essere schiavi del mondo, piuttosto che essere immersi nel silenzio, perché è proprio nel mutismo che grida il caos delle emozioni.

Dio essendo perfezione non è affetto dalle “emozioni”, chiamate da Spinoza, passioni, quindi l’analisi spinoziana comincia a ruotare intorno all’uomo. L’uomo, come ogni ente, è caratterizzato dal suo perseverare ad essere, ciò che viene detto conatus, questo sforzo ad essere, questa sorta di istinto di sopravvivenza è il principio fondamentale che regge il comportamento dell’individuo: quando è riferito alla mente si chiama Voluntas, quando è riferito insieme alla mente al corpo si dice Appetitus, che dal momento in cui è cosciente di se prende il nome di Cupiditas. Quanto più il conatus ha successo, tanto più gioia si prova. Qui introduce il concetto di Laetita, l’emozione connessa al passaggio a una perfezione maggiore; Concepiamo le letizie come poter essere ma non è così semplice perché il conatus che ci caratterizza è contraddetto nella sua stessa natura, perciò essendo attanagliato da affetti e passioni, svela l’altra faccia della medaglia: la Tristitia, definita come l’emozione connessa al passaggio a una perfezione minore. A questo punto, se ognuno di noi punta alla felicità, perché non reprimere le passioni?

Personalmente opterei volentieri per l’apatia, ma l’impossibilità di compiere quest’azione è trattata da Spinoza con un ragionamento logico. Infatti, per il filosofo, eliminare le passioni comporterebbe solo una tristezza più profonda. Perciò è necessario viverle, saper cogliere quelle positive, e trasformare quelle negative per trarne vantaggio, raggiungendo quindi l’utilità. Bisogna mirare al sommo utile, ovvero che tutte le menti e tutti i corpi si compongano in un’unità sola: questo è il modo migliore per conservare se stessi. Infatti l’utilità dell’individuo si potenzia quando è in armonia con il prossimo, e in tal modo si amplificherà la letizia.

Quest’idea di vivere felice in una comunità è quasi commovente, se non fosse per il fatto che questo ottimismo non è per niente concorde con il mio pensiero. Le passioni esistono, ne siamo afflitti continuamente, e le persone riescono solo a tirarle fuori con forza, le amplificano, rendendo la nostra esistenza una serie di contraddizioni: amore e odio, pianti e sorrisi, speranza e paura. Per quanto riguarda la “paura”, essa è considerata da Spinoza: «una tristezza incostante, nata dall’idea di una cosa futura o passata del cui esito dubitiamo in qualche misura» Lo dice in modo talmente distaccato che sembra non averne provato mai, eppure è una sensazione cosi presente, angosciosa.

Io vivo di paura. Ho paura delle perdite, delle partite perse, ho paura delle vittorie o forse degli attimi felici, perché sono fin troppo sfuggevoli. Ho paura per il mio futuro, perché spesso tutto ciò che ci aspettiamo è una meta irraggiungibile, ed è proprio la paura che mi fa essere lunatica: ho paura quindi provo a dare il massimo…ma se quello non bastasse? Allora mi fermo. È la paura che mi fa pensare, e a volte fa male, perché più penso, più sono consapevole di trovarmi in un campo di battaglia: io contro le mie emozioni, le mie sofferenze, e le paure che a volte sembrano mie alleate, altre volte mi lacerano. Vorrei annientarle del tutto, ma finirei per autodistruggermi, perché tutte le emozioni sono in me. Perciò in questa guerra, l’esito risulterà sempre lo stesso, e arriverà la fine in cui uno dei due combattenti chiuderà gli occhi: io.

Shaiga

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