2017-18 numero 1 

Un corto da Oscar? Il bagherese Nico Bonomolo ci racconta come

In occasione degli imminenti Oscar ci tenevamo ad evidenziare, fra i possibili candidati, l’ultimo lavoro del siciliano Nico Bonomolo. Il nuovo cortometraggio, Confino, che ha già vinto numerosi premi, fra i quali il Giffoni Film Festival, il Bruce Corwin del Santa Barbara International Film Festival (in California) e altri fra nazionali ed internazionali. Confino è il solo cortometraggio d’animazione italiano che concorre per una nomination agli Oscar 2018.

Il corto narra la storia di un uomo il cui mestiere è quello di divertire il pubblico facendo a teatro spettacoli con le ombre cinesi. Proprio durante uno di questi show rappresenta ironicamente il Duce. Ma tra il pubblico ci due fascisti che per punire l’oltraggio del riso lo fanno esiliare in un’isoletta a fare il guardiano al faro, senza permettergli contatti umani se non con un barcaiolo che periodicamente gli porta del cibo. Il pover’uomo cerca in tutti i modi di scappare ma non ci riesce mai, tornando sempre al faro che è insieme la sua casa e la sua prigione. Alla fine però riesce a trovare un modo per evadere dalla monotonia e dalla solitudine della sua condizione.



Nico Bonomolo è un bagherese. Durante un corso di formazione per docenti tenutosi nella nostra scuola ho avuto modo di incontrarlo ed intervistarlo. L’incontro verteva sulla creazione di corti d’animazione: Nico ha mostrato e spiegato tutti i passaggi che stanno dietro quei pochi minuti di rappresentazione. Ha anche esposto la differenza fra una produzione d’animazione fatta a mano, quella con un computer e la tavoletta grafica e una 3D graphic. Finito l’incontro mi sono avvicinata per porgergli alcune domande a cui ha risposto affabilmente.

Come mai hai scelto proprio l’animazione?
Perché era il mezzo più congeniale ed immediato per poter raccontare storie, anche grazie al fatto che disegnavo già da prima.

Non hai mai pensato a fare un corto con attori che recitano?
Ci ho pensato e ho anche realizzato qualcosa ma a livello molto amatoriale; poi ho abbandonato l’idea perché il mio tipo di animazione ti permette di poter raccontare tutto ciò che vuoi, ambientarlo in qualunque epoca senza bisogno di costumi particolari o di  andare a cercare varie locations, semplicemente stando a casa propria.

Ma serve molto più tempo, o no?
In realtà non troppo, dipende da ciò che vuoi fare. Sì, i tempi sono sicuramente più lunghi ma se un regista vuole fare un film bene, curando ogni dettaglio e cercando di realizzare un piccolo capolavoro (come nei film d’autore), ti assicuro che ci vuole molto più tempo del normale per le prove, il trucco, le scenografie, ecc.

Hai detto che hai impiegato 9 mesi per la realizzazione di Confino, durante tutto questo tempo non ti sei mai scoraggiato?
Ho impiegato 9 mesi per crearlo, senza contare la parte iniziale della scrittura e dell’ideazione della storia e dei personaggi. Comunque, per rispondere alla tua domanda, no, non mi sono mai scoraggiato perché sapevo già a cosa andavo incontro visto che non è stato il mio primo cortometraggio.

E all’inizio allora, con i primi lavori? Hai avuto momenti di sconforto?
Durante la realizzazione del primo in assoluto no perché ero molto entusiasta e più andavo avanti, più imparavo nuove cose su come fare animazione. Per il secondo volevo perfezionare tutto ciò che avevo imparato quindi ero costantemente motivato e orgoglioso di ciò che riuscivo a fare. Quindi in generale no, non ho mai avuto periodi di scoraggiamento perché mi pongo piccoli obiettivi ogni giorno. Il fatto è che, prima dell’inizio dei lavori, mi innamoro così tanto del soggetto che andrò a rappresentare, che mi prefiguro già come verrà e, una volta ideato, lo faccio di getto giorno per giorno, non importa se “solo” mezzo secondo alla volta. Soprattutto per me, che sono un tipo che si deve tenere costantemente impegnato in qualcosa, questo mi aiuta moltissimo perché mi permette di avere sempre qualcosa da fare. Poi, specialmente quando cominci a vedere i primi cinque minuti, ti viene la voglia impulsiva di continuare a creare gli altri cinque e così via, fino a quando giungi alla fine, non accorgendoti nemmeno di quanto tempo sia passato. L’unica cosa che può scoraggiare è che, durante quel periodo, sono costretto a dedicarmi solo a quel determinato progetto e che, visto che non sono ricco, devo anche organizzarmi economicamente sapendo che i soldi mi dovranno bastare sia per vivere che per la creazione del corto che è comunque dispendiosa.

E’ nata prima la passione per il disegno o quella per il cinema?
Io sinceramente non credo di avere una passione per il disegno, più che altro esso è strumentale al fare qualcosa di creativo. Quella per il cinema invece esiste da sempre e occupa sia il mio tempo libero sia, per fortuna, anche il mio lavoro.



Perché hai deciso di non affidarti a metodi 3D ma fai tutto a mano o comunque con la tavoletta grafica?
Innanzitutto perché il metodo tradizionale è più congeniale ad una storia poetica come Confino e gli altri miei lavori: il 3D ha sempre quell’aspetto freddo che il disegno fatto a mano non ha perché trasmette tutta la passione con cui l’artista l’ha creato. In seconda luogo perché, se veramente vuoi usare il 3D per fare un lavoro certosino, hai bisogno di una squadra di esperti che ti aiuti con le luci e tutto il resto se non vuoi che l’effetto che ne venga fuori sia quello di un videogioco.

Come ci si sente a produrre qualcosa dopo mesi e mesi di lavoro pur sapendo che non verrà mai proiettata al cinema?
E’ frustrante ma fortunatamente oggi internet aiuta tantissimo perché, youtube specialmente, ti dà l’opportunità di diffonderlo. Oltre alla visione online c’è poi la via tradizionale, ovvero mandare il tuo corto a vari festival, farlo partecipare a vari concorsi e sperare che venga visto dalle persone giuste e che queste se ne innamorino; è così che Confino è arrivato alla commissione che giudicherà gli Oscar.

Qual è la parte più emozionante della creazione di un’opera cinematografica, che sia un corto o un lungometraggio?
Il momento più bello è sicuramente quello in cui hai trovato una storia: come dice Baricco “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. Quando la storia funziona, nonostante tu abbia cercato di guardarla da diverse prospettive, sei felice prima ancora di realizzarla. Si pensa comunemente che la parte più difficile sia realizzarlo, in realtà è elaborare l’idea e farla “appattare”. Oggi che abbiamo anni e anni di cinema alle spalle, trovare un’idea forte e che funzioni è ciò di cui vanno in cerca le aziende: la maggior parte dei produttori ha i soldi ma non le idee.

E da cosa ti viene l’ispirazione?
Ognuno ha i suoi modi, a me viene un’immagine: quella iniziale di Confino era “soldati che ballano”, mi piaceva da morire questa scena, e poi intorno ad essa si è originato tutto. L’altra immagine che è venuta subito dopo è stata quella di un faro che ricordava ad un uomo la sua vita, allora ho cominciato a farmi delle domande per poter elaborare la storia e creare un collegamento fra le due scene.

Per i tuoi corti ti ispiri a qualche film o regista famoso?
Certo ma viene spontaneo, mi ispiro a Tornatore, Kubrick e molti altri ma non è una cosa volontaria perché tutti loro sono nella mia formazione di cinefilo. Quando cresci vedendo i film di determinate persone, piano piano ne assorbi l’essenza e quindi è normale che, quando produrrai qualcosa, in qualche modo la trasmetterai anche all’opera. Ciò però non vale solo con i film: se leggi solo Dostoevskij è logico che, quando scriverai un libro, esso avrà molto della sua influenza e così succede con tutte le arti.

Concludo con il consiglio a tutti voi di vedere questo piccolo capolavoro creato da un nostro concittadino e con l’augurio a Nico Bonomolo di vincere i tanto agognati Oscar.

Per approfondire: https://www.nicobonomolo.com/confino

 

 

 

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