2017-18 numero 2 

In marcia da trentacinque difficili primavere

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Il 26 febbraio la nostra scuola, rappresentata da ben venti classi, ha partecipato ad una significativa ricorrenza, ad un’importante manifestazione antimafia: il 35° anniversario della Marcia antimafia con la quale le comunità civili di Bagheria, Casteldaccia, Altavilla e dei Comuni limitrofi testimoniarono il loro fermo rifiuto nei confronti della pressione e della violenza mafiosa, nei giorni della “seconda guerra di mafia”. Le scuole di Bagheria di ogni ordine e grado aderenti alla rete Bab-el-Gherib e il Centro “Pio La Torre” hanno partecipato alla marcia che ha seguito lo stesso percorso di allora, attraversando la “Strada dei valloni”, da Bagheria fino al centro di Casteldaccia, con l’intento di ribadire, con rinnovata consapevolezza, il medesimo ripudio della criminalità mafiosa, ancora presente nel nostro territorio.




La manifestazione si è conclusa con un comizio, tenuto dalle autorità civili e religiose, dai rappresentanti della società civile e da diversi studenti. Di seguito riportiamo il testo dell’intervento di Laura Castronovo, l’appassionato discorso di una rappresentante degli studenti e delle studentesse del Liceo Francesco Scaduto.




“Abbiamo camminato per quattro chilometri a piedi con striscioni e cartelloni contro la mafia e i mafiosi ma intanto, se non ci invitavano forse questa marcia non l’avremmo fatta. Abbiamo aspettato l’invito per ricordarci che la mafia va combattuta. Ma allora devo far parte di una scuola, di un istituto, di un partito, di una parrocchia o di un’associazione perché io partecipi? Perché se non mi arriva l’invito me lo dimentico che la mafia va combattuta?

Non devo aspettare che qualcuno mi inviti per percorrere le strade dalle quali i killer mafiosi scappavano dopo aver fatto il loro colpo e allo stesso modo non mi serve aprire un locale o un’impresa per capire che pagare il pizzo mi uccide, non devo aspettare di essere un magistrato per capire fino a che punto la mafia si sia insidiata nel sistema, non mi serve essere un giornalista o uno scrittore per denunciare la mafia o parlare della mafia. Mi basta essere un cittadino che non crede a chi dice che “la mafia non c’è più” o “la mafia non esiste”, la mafia non ha smesso di esistere soltanto perché non abbiamo più paura di chiamarla con il suo nome. Mi basta essere un cittadino stanco di sentir dire che in Sicilia “chista è a zita”, perché ognuno la zita se la sceglie per sé, non gliela sceglie un mafioso.

Mi basta essere un cittadino siciliano che quando va in vacanza non vuole sentirselo dire più “Aah siciliano: MAFIOSO!” e vabbè, magari non pretendo che mi dicano “Ah siciliano come Giovanni Falcone, come Paolo Borsellino, come Padre Pino Puglisi e Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre e Boris Giuliano, come Peppino Impastato e Mario Francese” perché pretenderei troppo, però picciotti c’è il mare in Sicilia, che prima di dirti “Aah siciliano: MAFIOSO” non ci pensano che quando si sono fatti il bagno qua in Sicilia gli sembrava il paradiso? Non ci pensa nessuno a dire “Ah la Sicilia: la terra dei fenici, dei greci, dei romani”.



Tra tutte le cose che ci sono da ammuntuari quanto si pensa alla Sicilia, giusto giusto alla mafia vanno a pensare?! E la colpa nostra è, che l’unica cosa che sappiamo fare in vacanza è lamentarci della mafia e di come si vive male nella nostra terra maledetta. E io che ho 18 anni lo so come parla un siciliano della Sicilia, perché ormai neanche mi si chiede più “Cosa studierai dopo il Liceo?” che piuttosto mi chiedono “Ma dove te ne andrai a studiare?”, come se non ci fosse neanche più il bisogno di dirmelo che devo andare via da questa terra maledetta, perché nessuno mette più insieme Sicilia e futuro nella stessa frase.

Ma io, se dovessi andare via dalla Sicilia, non dirò mai che me ne sono andata per colpa della mafia, che sì, sarà pure “una montagna di merda” e questo fa schifo, ma ancora di più mi fa schifo chi con la mafia ci va a nozze, chi alla mafia apparecchia la tavola, chi davanti alla mafia chiude un occhio e magari pure due, chi la mafia fa finta che non esista, chi la mafia non la conosce e poi la mafia sono loro.

Se io un giorno andrò via da questa terra maledetta sarà per i siciliani; per colpa di tutti quei siciliani che maledicono ogni giorno questa terra con la loro omertà e i loro “ammuini”, con la loro falsa onestà e il loro rispetto. Io dalla Sicilia non me ne andrò per un uomo con la “panza”, la coppola e il sigaro in bocca e neanche per quello in giacca e cravatta, me ne andrò per chiunque accanto a me non sappia di poter essere più potente della mafia.

E ora che ho detto questa frase qualcuno bisbiglierà “Vabbè, c’ha 18 anni, chi ni po sapiri! Pare facile”. A me niente di tutto questo “pare facile”, però so soltanto che la mafia avrà pure più di 100 anni più di me, ma la mafia se non c’ha chi la sostiene non potrà mai essere forte quanto me. Forte perché so di essere siciliana e che siciliana sarò sempre, forte perché a ma non va bene che me lo dicano i miei genitori : “Vai via da qui se vuoi avere un futuro”  figuriamoci se voglio che sia la mafia a dirmelo, forte perché so di poter credere nei miei ideali anche se in Sicilia è una minoranza a crederci con me.

Chi veramente crede nell’antimafia non darà sfogo alla rassegnazione dicendo ai giovani di andare via e di lasciar perdere, ma con la stessa saggia rassegnazione dirà  “Io ho fatto quel che potevo, non c’ho più l’età, ora voglio vedere cosa sapete, potete e volete fare”. A chi andrà via da questa terra maledetta e a chi resterà, voglio dire che nessuno dei due avrà preso una decisione migliore dell’altro finché ogni giorno troverà la forze per cambiare quello che non va, per raddrizzare quello che è storto, per trovare quello che ci è stato nascosto, per rivendicare i propri diritti e per gridare a gran voce che siciliano non vuol dire mafioso. Ciò che è stato fatto prima di noi e che ha fatto la storia dell’antimafia non deve essere motivo di mera commemorazione, di pianti e rassegnazione ma la base di ciò che stiamo vivendo e di ciò che vogliamo costruire.

Come canta Carmen Consoli, quello che è stato ieri può tornare se troviamo semi buoni da piantare; di semi ne sono stati piantati tanti in questa terra e portano il nome delle vittime di mafia che hanno lottato perché in primavera nascesse il fiore, di quei fiori ci siamo presi cura e ce ne siamo ricordati ma i semi nuovi vanno piantati sempre, perché la primavera arriva ogni anno.

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