2017-18 numero 2 

Riflessioni sulla vita e l’amore di un condannato a morte

Appoggiai la testa sul banchetto di mogano e percepii in pochi secondi tutto il sonno che avevo perso nell’ultima settimana, tanto che anche una superficie così scomoda mi pareva essere il più allettante dei posti in cui addormentarsi. Erano sette lunghi e estenuanti giorni che non trovavo pace e che i miei pensieri non smettevano di ingarbugliarsi dentro la mia testa. Sette giorni che davo le stesse risposte agli stessi uomini che però mi riproponevano sempre le stesse domande come fossi un bambino indisciplinato a cui si deve strappare dalla bocca la verità con pazienza.

“Accusato”, “omicidio” e “tribunale”, erano le parole con cui quotidianamente venivo svegliato al mattino e congedato la notte dopo ore di interrogatorio. Da semplice impiegato di un’azienda pubblicitaria in declino, divenni un presunto omicida, un esecutore. Trovarono una donna morta nella sua abitazione, con i capelli completamente rasati e i segni di un grosso coltello sul ventre; bastò il fatto che quella donna fosse mia moglie per rendermi schiavo della collera della gente e dell’insistenza dei poliziotti. Non ero un uomo che aspettava la propria sentenza, una condanna: ero un uomo già condannato, uno da cui guardarsi. Seppur fossi stato scagionato, cosa alquanto improbabile, la mia vita non sarebbe comunque stata la stessa. Lascereste tranquillamente avvicinare i vostri figli ad una persona che ha ipoteticamente affondato tredici volte un pugnale nello stomaco della donna che diceva di amare? Che razza di genitori scellerati sareste? Assumereste mai qualcuno il cui viso è stato mostrato in un tg o su qualche quotidiano di rilevante importanza per più tempo del solito scandalo politico? E se mai lo faceste, riuscireste a sostenere il suo sguardo, lo sguardo di un pazzo criminale, quando questo vi sorride in corridoio per salutarvi?

Non importa cosa tu dica, cosa tu abbia fatto o non fatto; la convinzione della gente va oltre la realtà dei fatti, va oltre cosa tu sia realmente, che tu sia un killer sociopatico o una malcapitata vittima del destino che ha fatto sì che il cadavere ritrovato fosse proprio quello di un tuo parente.

E al di là della disperazione, dello stress, del lutto che non sei nemmeno in tempo di elaborare, dello sfinimento, dell’odio di chi ti osserva, la cosa che hai più paura di aver perso è la tua libertà.

Pensare di essere liberi ci rende sereni, ci rende civili, ci rende inarrestabili, ci fa sentire bene con noi stessi. La verità è che il pensare con convinzione di avere qualcosa non corrisponde a possederla realmente.

Nel momento in cui impariamo a parlare, a comunicare al mondo cosa vogliamo, se preferiamo bere il vino rosso piuttosto che il vino bianco, se ci piace il blu invece che il verde, un pantalone di lino ad una succinta gonna di pelle, ci viene fatto credere che siamo assolutamente padroni delle nostre scelte e che siamo liberi di fare quello che vogliamo.

Ma poi stai attento sei un maschio, non puoi condividere le bambole con tua sorella, hai per caso qualcosa che non va? Smettila di truccarti così tanto, cosa vuoi far pensare di te? Se metti quella gonna fino alle caviglie per andare a ballare, rideranno di te. Se leggi un libro il sabato sera mentre i tuoi amici bevono e si ubriacano, sei uno sfigato.

Sii te stesso, ma se sei gay ti prego non renderlo così fastidiosamente palese con quei gesti delle mani mentre parli.

Devi stare bene con la tua persona, devi fare ciò che ti suggerisce la testa, ma ti prego, smettila di essere così strano, la gente finirà per escluderti.

La nostra vita segue una serie di condizionamenti che non riusciamo a percepire, che ci limitano nelle scelte di ogni giorno, rendono più lunga la distanza che ci separa dall’essere quello che vorremmo. La morale, l’opinione degli altri, i vincoli mentali imposti dalla società, che finisce per condannare tutto ciò che non rientra nei canoni del normale.

Pensiamo di poter decidere serenamente ciò che è meglio per noi in funzione di noi, ma non è mai stato così. Il fatto che una donna qui da noi ha il guinzaglio più lungo di una coetanea che è nata in un paese che non le permette nemmeno di mostrare i capelli, non significa che siamo liberi, in quanto il concetto di libertà è relativo.

E questi pensieri mi assillano la mente mentre fisso a vuoto la parete di fronte a me. C’è una grossa macchina metallica che riluce sotto una lampadina che pende dal soffitto e un funzionario sta ultimando le verifiche affinché questa possa adeguatamente privarmi dell’ultima libertà che mi resta: quella di mentire.

La chiamano “macchina della verità”, una scatola quadrata posta su di un tavolo a cui l’uomo recentemente si affida per avere un giudizio imparziale e affidabile. Così hanno spiegato in tv. A me sembra più uno strumento di tortura tramite il quale piegare la dignità di un uomo, più efficace di ogni altro mai esistito. Questa decide se tu stai mentendo o meno, grazie a dei dati che ricava dal modo in cui il tuo corpo elabora e risponde alla domanda che ti viene posta; il modo in cui il tuo battito cardiaco si modifica, la temperatura aumenta nelle diverse zone del tuo cervello, le palpebre si chiudono e riaprono, le tue dita si attorcigliano tra di loro, la tua voce perde intensità e fermezza.

Sei una cavia da laboratorio, un mezzo tramite il quale giungere alla soluzione. Nient’altro. La soggezione ti sottopone ad uno stato di paura, se pensi troppo magari stai inventando, se rispondi subito sei troppo precipitoso. Se fissi negli occhi l’uomo che ti esamina mentre scandisci le parole assumi un atteggiamento di sfida, se guardi a terra stai nascondendo qualcosa.

Niente di ciò che dici sarà vero a meno che la macchina non dirà che è vero.

E non deve sembrare strano se dico che arrivato a questo punto della mia vita sento di essere già morto. Quando il destino e il futuro di un essere umano dipendono da dei numeri di inchiostro sputati su un foglio di carta da quattro lastre di metallo tenute unite da dei bulloni, non c’è più niente in cui sperare. Si è già toccato il fondo, quello che ciascuno pensa di non potere raggiungere mai.

E mi sento come quando cammini nel buio e scendi le scale, arrivi alla fine e cerchi col piede l’ultimo gradino ma non lo trovi.

Quando ero un giovane studente universitario, prima che la mia vita prendesse assurde pieghe, ricordo di aver letto molto intensamente di Spinoza.

L’uomo, per la sua stessa natura di essere limitato, non potrà mai aspirare alla pienezza della libertà (cioè a non essere condizionato da niente se non da se stesso nel proprio agire): la natura umana, infatti, è caratterizzata dagli “Affetti” e dalle “passioni” che spesso ne determinano le scelte. Il condizionamento, quindi, fa parte dell’essenza dell’uomo, ma è possibile liberarsene con un uso corretto della ragione.

 

Siamo esseri limitati e il condizionamento è stato concepito in noi come essenza naturale del nostro essere e il nostro potere decisionale su questa condizione di nascita vale tanto quanto quello che ci fa scegliere se essere mancini o meno. La maggior parte delle volte ce ne rendiamo conto troppo tardi, quando non c’è più tempo, quando l’esserne a conoscenza non è più utile e proficuo per la nostra vita.
Il funzionario si sedette dietro il tavolo e fece un cenno del capo all’uomo alla sua destra.
Passarono meno di cinque minuti che mi parvero lustri e il giudice che fino ad ora aveva passato il suo tempo a fissarmi, diede il via al processo dopo aver pronunciato le consuete formule formali di apertura.
“Ci è stato riferito che ultimamente sua moglie stava attraversando un periodo difficile in cui era molto nervosa, poco gestibile, spesso sgarbata. Lei come viveva questa situazione, signor Davis?”

Fu la prima domanda.

Risposi dopo una manciata di secondi che mi servirono per analizzare le parole e sistemarle affinché la risposta fosse più o meno quella di un uomo normale e non di uno reduce da un’astinenza di sonno lunga una settimana. Il risultato fu abominevole; incespicai sulle mie stesse parole non appena aprii bocca ma cercai di recuperare inspirando profondamente.
Intanto la macchina analizzava ciò che il mio corpo suggeriva e tracciava un grafico altalenante sul foglio che piano piano scorreva verso il basso. L’uomo smanettò sulla tastiera del monitor accanto e annuì col capo. Un istante dopo un altro ago mi veniva infilato nella carne.

“Certe situazioni, lo capiamo bene, sono difficili da gestire per chiunque. Spesso ci si sente soli e si cerca di trovare conforto in qualcun altro. Lei ha mai tradito sua moglie, anche solo una volta, anche a causa di un momento di cedimento, signor Davis?”

Se ho mai tradito mia moglie?
Sorrisi, e ciò dovette sembrare strano a chi mi guardava, visto che quando sollevai gli occhi per trovare quelli di chi mi aveva posto la domanda, riconobbi sul suo viso un’espressione confusa.

“Tradire una persona non significa non amarla.” Strinsi i denti. “Amavo mia moglie come non ho mai amato niente nella mia vita. Altrimenti non l’avrei sposata. L’ho sposata, signor giudice, non perché io credo nel matrimonio e in tutte quelle belle storie che si raccontano, ma perché a crederci, era lei. E la faceva felice pensare all’idea che quel momento sarebbe arrivato anche per lei. E quando ami una persona fai di tutto per vederla stare bene, solo così puoi stare bene anche tu. Si, ho tradito mia moglie. Anche più di una volta.”

Sono pochi coloro, anche tra quelli che da sempre hanno obbedito in silenzio alla tacita regola che il tradimento è mancanza di amore, che non siano stati a volte attratti a credere che le passioni, gli impulsi che ci fanno sentire vivi, non possono essere ignorati e repressi, nemmeno quando si ha una moglie, un marito, un fidanzato, un compagno che ci aspetta a casa.
Siamo animali, e seppur ci appioppiamo il titolo di “civili” e “razionali”, gli aspetti più primordiali che ribollono nel nostro sangue sotto la nostra pelle, avranno sempre il sopravvento. E non si accetterà mai la situazione, non la si renderà mai “naturale”, non la si libererà mai dal tanfo dello scandalo finché amore e tradimento (se a questo punto è ancora giusto definirlo così), non saranno visti come due facce della stessa medaglia, ma agli antipodi più estremi del mondo.

Spinoza le chiamava passioni; idee confuse che il nostro corpo subisce passivamente e in quanto tali, ineliminabili. Noi non ne subiamo tuttavia solo gli effetti, ma, essendo curiosi, cerchiamo di comprenderne il senso. Spesso ci si chiede come possa essere sconfitta una grande passione per una persona: non si può. A meno che non la si sostituisce con un’altra più potente. L’uomo ragionevole dovrebbe comprendere che le passioni si inseriscono in quel progetto necessario del mondo, il quale prevede che l’uomo sia schiavo di queste forze affascinanti e pericolose. Gli uomini che sostengono che le passioni siano dei vizi che commette l’uomo, ignorano che l’essere umano non ha alcun potere su di esse, proprio perché derivano dalla grande legge che detta la natura. Al cospetto di idee inadeguate, la mente umana è costretta solo a subire passivamente gli effetti prodotti dalle cose esterne ad essa. Le passioni rendono impotente l’uomo perché gli impediscono di moderare e reprimere gli affetti. Il saggio, quindi, è proprio colui il quale accetta impavido e sereno le leggi necessarie della natura alle quali non può opporre alcuna resistenza.

Appena strinsi le labbra, un brusio di dissenso misto a scetticismo si alzò dalle seggiole dietro di me.
alzai lo sguardo al soffitto.

“Ho tradito mia moglie, ma niente di tutto ciò le fu mai nascosto. Lei sapeva chi io ero, cosa facevo e perché lo facevo. Ha semplicemente accettato la mia natura, che in realtà è la natura di tutti gli esseri umani. Abbiamo sempre vissuto bene, in armonia con noi stessi, mentre vedevo i miei vicini urlarsi contro frasi di disprezzo quando, dopo anni di convivenza basata su bugie, uno dei due scopriva che l’altro lo tradiva. E lo scopriva da un tabulato telefonico insolito, da un profumo diverso sul colletto della camicia, da una traccia di rossetto sulla giacca, una ricevuta che non si è mai spiegata.
Di mia moglie amavo il suo viso, le sue mani, l’incavo del suo collo. Mi piaceva leggere con lei versi di qualche poeta la sera, sul porticato, o guardare film fino alla mattina. Era questo che la rendeva mia moglie.
Non ho mai desiderato fare nessuna di queste cose con un’altra donna, nemmeno con quelle più belle e affascinanti che i miei occhi hanno potuto osservare. Amare significare desiderare di tornare sempre dalla stessa persona, ed io non ho mai desiderato altre braccia che non fossero quelle di Amy.”

Il giudice aggrottò leggermente le sopracciglia, le mani conserte davanti le labbra. Si voltò poi verso il suo funzionario che continuava assorto a digitare sui suoi tasti, come se ascoltare la storia di un potenziale assassino fosse meno interessante di un gossip da quattro soldi.

“Un matrimonio imposto può creare scompiglio e stress in chi lo subisce, non è così?”
La voce che udii non era più quella dell’uomo mingherlino dietro la scrivania. Era più rauca, profonda, severa.
Guardai di fronte a me.

“Io non ho mai subito niente. Seppur come ho detto prima, e lo ripeto, il matrimonio non è qualcosa che ritengo oggettivamente utile e necessaria per una coppia, gli anni trascorsi con mia moglie sono stati quanto di più lontano esista da una prigionia, se è questo a cui allude, signor giudice. Non ho mutato la mia vita, né le mie abitudini, e questo non è mai stato fonte di sofferenza per nessuno dei due.”

“Quindi sta dicendo, mi corregga se sbaglio, che sua moglie ha sempre vissuto gioiosamente e armoniosamente l’idea che lei si intratteneva occasionalmente con altre donne? Ciò non ha mai destato in lei il sospetto che la signora Spencer potesse in qualche modo, ad esempio, soffrirne celatamente?”

Ripensai agli anni che avevamo trascorso insieme sempre con la stessa passione e lo stesso amore e per un attimo la mia mente evase da quelle quattro mura.
Lei era morta.
Nessuna spiegazione avrebbe potuto riportarmela in vita, permettermi di sfiorarle ancora una volta la pelle bianca o ascoltare la musica che proveniva dalle sue dita ogni volta che suonava il pianoforte.

Le palpebre mi parvero essere diventate tutto d’un tratto due macigni.

Non piansi come ci si potrebbe aspettare, il senso di vuoto fu più grande di qualsiasi altro impulso. Come quando stai dormendo tranquillamente e senza nessun apparente motivo logico inciampi e cadi, e ti sembra che ciò sia successo davvero, il confine tra sogno e realtà diventa impercettibile e ti svegli di colpo con il cuore che batte a mille.
È la paura, ciò che ti ha svegliato. E lo ha fatto in modo che ti potessi proteggere da un ipotetico schianto con il suolo, dal farti del male e questa sensazione non svanisce fino a quando strabuzzi gli occhi e realizzi che non è successo niente di tutto ciò, il respiro torna regolare, il battito smette di martellarti il petto. Puoi tornare a dormire, sereno, come prima.
Il mio incubo, purtroppo, non è mai finito, non mi sono mai svegliato. Sono caduto e non ho più smesso di precipitare.

La vita mi aveva concesso giorni felici, ma forse, non erano stati a sufficienza da permettermi di non sopperire a quelli tristi. Il dolore, quando ti trapassa, lascia un solco inevitabilmente più profondo di quello della gioia, e per questo certamente siamo per natura predisposti ad evitarlo, ma quasi mai ci riusciamo; ciò che ci governa è più forte di ciò che vogliamo.

Per Spinoza l’uomo è animato dal desiderio, dal tentativo di permanere nel proprio stato, di affermarlo e amplificarlo. È qualcosa che nasce dentro di noi, una spinta di cui siamo naturalmente predisposti. Quindi, quando perseguiamo il nostro utile (non qualsiasi forma di utile), stiamo di certo facendo qualcosa di buono. Oltre che il desiderio, possediamo la capacità di provare o imprimere affezioni. La realizzazione del nostro essere “forti e liberi” è un percorso suddiviso in varie tappe. In un primo momento, quando veniamo al mondo, sicuramente e inevitabilmente cominciamo a relazionarci con il mono esterno ma l’atteggiamento che assumiamo è di totale passività, poiché dominati da fattori di appartenenza esterna impossibili da dominare senza avere un minimo di razionalità.
E quindi la prima tappa di questo percorso si identifica nell’accettazione di questa condizione di passività. Nessun uomo nasce libero e attivo. In primo luogo perché siamo sotto l’effetto di queste forze esterne, naturali del mondo, in secondo luogo perché dominati da condizionamenti interni, forze irrazionali che pulsano dentro di noi. A questo punto la prima cosa che possiamo fare, se non l’unica, è trasformare queste passioni, ovvero forme di passività, in qualcosa di gioioso e non triste per condurci bene.
Ad esempio, l’Amore aumenta la nostra capacità di agire ed espande la nostra personalità.
Sì, è pur sempre una passione esterna, ma al contrario dell’Odio non ci depotenzia. Ciò che ci allontana dalla nostra potenza di agire è la superstizione, ovvero quella concatenazione di passioni tristi: paura, speranza unita alla paura, l’angoscia che aumenta delirio e fantasie.
L’uomo si ritrova dunque ad un bivio ed è chiamato a dover scegliere tra i due tipi di passioni che si concatenano tra di loro poiché non c’è paura senza angoscia, odio senza minaccia, come non c’è amore senza gioia, felicità. Dei due concatenamenti, quale scegliere?

L’uomo libero e forte sceglierà quelle gioiose; per far ciò, però, ha bisogno di strutturare la propria vita secondo incontri adeguati.
E la pratica degli incontri consiste nel fatto che l’uomo consapevole deve saper scegliere i propri incontri poiché siccome ha la capacità di essere affetto e di desiderio e forza espansiva deve veicolare tutto questo nella direzione di incontri opportuni perché ciò aumenta la nostra potenza di agire.

Mia moglie fu l’incontro più opportuno che la vita mi potesse far fare.
Io non credo molto nel caso, negli eventi fortuiti, nelle coincidenze. E di certo non credo che siamo noi ad influire copiosamente sul nostro avvenire. Per quanto ci fiondiamo con foga nel progettare ciò che faremo nel nostro futuro, dove andremo nel week-end, le persone con cui vogliamo e speriamo di relazionarci quella determinata sera, non abbiamo nessun potere concreto che partecipi nella realizzazione di ciò che sogniamo accada. La speranza, la buona volontà, l’impegno, non bastano. Siamo inerti e ciechi di fronte a ciò che ci aspetta e affrontiamo il domani con una benda sugli occhi. Ciò che pensiamo di poter creare e far succedere, è già scritto da qualche parte, è già destinato ad essere.

Ovviamente ripetere nella mia testa “non è colpa tua, è così che doveva andare, era già programmato nel grande libro del destino. Se tua moglie ora è morta, magari vorrà significare qualcosa” non mi aiuterà a stare meglio, a dimenticare il dolore che ogni istante mi dilania mentre una serie di parole spinte fuori dalla bocca altrui come pallottole mi colpiscono senza pietà.
Credo invece che ci sia un tempo per la gioia, per essere felici, ed un tempo per essere tristi.
Un uomo non può persistere serenamente nella propria natura vivendo sempre nell’ampolla del sorriso. Un uomo che non ha mai pianto, ponendo per assurdo che esista, che non ha conosciuto l’assurdo sapore delle lacrime e della disperazione, è un uomo ignorante, che non godrà mai totalmente della propria vita e delle sue sfaccettature.

I due tipi di passioni sono strettamente legate e complementari; l’unico modo per essere veramente gioiosi, è aver vissuto intensamente e poi superato estenuanti quanto significativi giorni di tristezza.

“Non posso garantirle che mia moglie ha vissuto ogni giorno con facilità e serenità, signor giudice. Che ha sempre sollevato al cielo gli occhi e sospirato come farebbe un bambino. La mia condizione di essere umano capace di provare empatia e sentimenti verso qualcuno diverso da me stesso, mi impediva di essere cieco davanti alla sofferenza altrui, soprattutto se si parla di mia moglie. La nostra vita di coppia non è stata sempre serena e limpida, ma non abbiamo mai smesso nemmeno per un attimo di guardarci negli occhi e dirci la verità, per quanto questa potesse fare male. E, sì, a volte avrà anche fatto male, male da morire, da non volerne più sopportare la presenza. Tante volte entrambi abbiamo visto l’altro piangere senza dire una parola, ma nessuna lacrima è stata vana, priva di significato.
Abbiamo sofferto anche stando insieme, signor giudice, ma questa sofferenza è stata la cosa più utile che abbia mai perseguito, la cosa di cui ho avuto più bisogno nella mia vita. La cosa che mi manca più di tutte.
Preferirei piangere altri mille giorni insieme ad Amy piuttosto che essere felice per sempre, ma senza di lei.”

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