2018-19 

Le loro idee camminano sulle nostre gambe

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È una domenica pomeriggio di marzo: il calore del sole della Sicilia attraversa le grandi vetrate della stanza; sul tavolo un computer, libri accatastati uno sull’altro, fogli di carta sparsi. Un gruppo di giovani discute, si confronta, dibatte, scrive, compone. Sul piccolo schermo del computer scorrono immagini, scatti furtivi che immortalano scorci  indelebili di vita ed improvvisa una nuova luce colora i loro occhi, sui volti impressa la gioia, una fierezza mista ad incredulità; quei raggi di sole che avevano illuminato e scaldato quegli oggetti inanimati, ora scaldano il cuore di quei giovani, li nutrono di speranza, di coraggio.
Quei ragazzi si raccontano: emozioni, stati d’animo vengon fuori con un impeto ed una forza pari a quella dell’acqua di un fiume in piena che straripa e ovunque inonda.
Quel pomeriggio quei giovani ricompongono le tappe di un percorso, tappe che fino a quel momento erano rimaste slegate le une dalle altre. Sarebbe stata la visione unitaria che avrebbe chiarito loro meglio il filo che le unisce, che avrebbe fatto comprendere loro che la sequenzialità di ogni tappa casuale non era, ma  progettata sapientemente e scrupolosamente, e che ogni tappa era condicio sine qua non  per intraprendere quella successiva.
Quel percorso avrebbe permesso loro di riportare alla memoria storica il ruolo della Polizia e della società civile nella lotta contro le Mafie, una memoria storica che li avrebbe portati indietro nel tempo a più di un secolo fa, a quel periodo in cui dall’Italia ad emigrare verso l’America non era solo gente onesta disposta a lasciare i cari affetti, ma anche gente che era solita delinquere, commettere omicidi; non solo comuni delinquenti, ma “uomini d’onore”, anzi uomini del disonore, come li avrebbero definiti quei ragazzi, mafiosi che riuscivano a lasciare il paese e salire clandestinamente o con passaporti falsi su una delle tanti navi di Lazzaro che all’epoca solcavano l’oceano, con l’appoggio di quella parte corrotta dello Stato, quella parte della politica disposta ad offrire aiuto, allorquando il terreno bruciava sotto i loro piedi, in cambio di appoggi elettorali. Tra quella gente onesta quei giovani avrebbero conosciuto un uomo che, ancora ragazzino, lascia nel 1873 Padula per seguire la famiglia a New York. Quell’uomo è Joe Petrosino, un uomo che si adatta a diversi ed umili mestieri, da lustrascarpe a spazzino, sino a raggiungere un traguardo che mai nessun italiano, prima di lui, aveva raggiunto: diventare l’uomo di punta del dipartimento di polizia di New York.
Quel pomeriggio quei giovani ricostruiscono luoghi e ad essi associano volti, Uomini.
Ed eccoli, la mattina del 3 dicembre, ritrovarsi dinanzi al Palazzo di Giustizia di Palermo, immobili, tra il via vai di gente comune, uomini di legge, forze dell’ordine.





Li raggiunge un signore dal fare sorridente, cordiale; è il Sig. Giovanni Paparcuri, ex collaboratore del Dott. Falcone; ad attenderli, all’interno, il magistrato Vittorio Teresi. Quegli ampi spazi indivisi, in cui facile è avvertire un iniziale disorientamento, contrasteranno, di lì a breve, con la finitezza di uno stretto corridoio; la sovrapposizione ed il confronto tra gli spazi richiama, nella mente di quei ragazzi, da una parte l’enorme potere e le tante facce della mafia, dall’altra il lavoro incessante di quel ristretto gruppo di uomini che, tra quelle stanze, ha segnato la grande svolta nella lotta contro le mafie. In quel piccolo bunker quei giovani catturano quante più immagini possibili e le imprimono nella loro mente affinché queste diventino eterne attraverso il ricordo.



Una ragazza si commuove leggendo, nel silenzio dello sguardo, la dedica della Sig.ra Francesca Morvillo al marito “Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore”.




Gli stessi giovani si ritrovano, la mattina del 21 febbraio, a Villa Ahrens, sede del centro operativo della Direzione Investigativa Antimafia. Una scritta incisa su piastrelle di ceramica, posta nel cortile d’ingresso, cattura l’attenzione di quei giovani: VIS UNITA FORTIOR.




Saranno le parole pronunciate dal tenente colonnello Paolo Azzarone e le immagini che si susseguiranno, incalzanti, sulla bianca parete dell’aula congressi, a svelarne l’intimo significato: per combattere la mafia la vera forza sta nell’UNIONE. Tra le pareti di quella sala forte giunge ai ragazzi la consapevolezza che combattere la mafia non è affatto uno scherzo, che dietro ogni arresto ci sono mesi, anni di indagini, frutto di pedinamenti, intercettazioni, travestimenti: bastava niente e tutto poteva saltare per una variabile che non poteva essere prevista.



A quei giovani intensa giunge l’esultanza di un gruppo di agenti soddisfatto nell’aver aggiunto, grazie al lavoro di squadra, gomito a gomito, un altro pezzo al puzzle dell’indagine. Quei giovani comprendono che la coralità degli sforzi, la complementarietà delle competenze, la tempestività delle decisioni, la collaborazione per una visione condivisa debbano essere i punti di forza del loro lavoro a scuola: “Together we can make the difference”.In quel pomeriggio del 22 febbraio quel gruppo di giovani si riunisce nell’Aula Magna del loro Liceo: partecipano ad una conferenza-dibattito sulle tecniche investigative del poliziotto Joe Petrosino e del magistrato Giovanni Falcone. In quel pomeriggio quei giovani percepiscono che qualcosa d’importante sta per rivelarsi: la loro scuola apre i propri spazi al territorio per parlare di mafia, di contrasto verso quel fenomeno mafioso che proprio in quel territorio è da tempo radicato. E ne parla attraverso la voce di illustri relatori: dal Prof. Giuseppe Di Chiara, Ordinario di Diritto Processuale, alla Dott.ssa Anna Corradini dell’Associazione “Joe Petrosino” di Palermo, al Dirigente SIULP Giuseppe Puleo. E si ascoltano, commosse, le parole del Dott. Leonardo Guarnotta, ex magistrato del pool antimafia.



In quell’aula sovrasta il silenzio, sincero ma assordante; sola, la voce spezzata dalla commozione del Dott. Guarnotta quando, alla domanda di un’alunna su cosa ricordasse dei giorni delle stragi del 1992, risponde che avrebbe voluto ricordare poco di quel giorno, anzi nulla, ma purtroppo sono ricordi che esistono e che porta ancora vividi; racconta come l’immagine dell’amico Falcone, su di un letto d’ospedale e quei pochi graffi sulla fronte, lo raffigurasse dormiente e tranquillo e racconta quanto immane e raccapricciante fosse stato il fastidio nell’assistere a quella scena. Quei giovani, quel pomeriggio, raccolgono il coraggio dell’uomo magistrato che, alla domanda se fossero cambiati, ed eventualmente in che modo, i rapporti tra mafia e politica, afferma con vigore che, per quanto i rapporti sembrino essere diminuiti, tuttavia è difficile non credere che la corruzione sia ancora presente. È, quella, la circostanza che porta quei giovani ad indugiare sulla parola <<collusione>>, termine che contiene, nella sua etimologia, il senso limpido del giocare insieme (cum-ludere) ma, nell’accezione corrente, esso esprime il grigiore di un accordo clandestino intessuto tra due parti che formalmente risultano distinte ed avverse.



È una realtà amara, che fa male; rabbia, sconforto e sfiducia sono i sentimenti che attanagliano quei giovani; una realtà che vede Cosa Nostra investire in tutto il corso della sua storia su tali legami con il potere politico e con le istituzioni degli stati detentori della forza legittima e del controllo del territorio ed ha purtroppo sempre trovato, fino ad oggi, esponenti squallidi dell’uno e delle altre, disponibili a cedere alla seduzione, al compromesso, all’interesse personale. Quei giovani giungono ora, 11 marzo, all’ultima tappa del loro percorso presso il museo dell’Acciuga di Aspra; ora quei ragazzi possono aggiungere l’ultimo tassello al loro mosaico, un mosaico che racchiude le conoscenze acquisite e le emozioni vissute. Di elevata intensità emotiva è stato il momento del discorso, della chiusa … mia  e di Antonio



Antonio: “Sono Joe Petrosino e il mio corpo ha smesso di essere caldo il 12 marzo 1909, a Palermo. Quella criminalità che cercavo di arginare, ha fermato il mio cuore, ma non le mie idee. Le mie idee hanno avuto modo di camminare sulle gambe di altri”;

Io: “Sono Giovanni Falcone, ma sono anche Emanuele Notabartolo, Joe Petrosino, Paolo Borsellino, Piersanti Mattarella, Pio La torre, Ninni Cassarà, Francesca Morvillo, e tutti gli uomini e le donne delle scorta; io sono tutti coloro che combattono per la legalità. E mi hanno ucciso, ma le nostre idee continueranno a camminare sulle vostre gambe”.

Si è fatta sera; il lavoro è ultimato; possiamo ora far ritorno a casa non prima, però di alzare lo sguardo al cielo: la volta celeste appare un tappeto dorato di stelle e lì, in fondo al viale, lo squarcio di luna punta il suo riflettore su quel tratto breve di mare che, in lontananza, si mostra.
Siamo gli alunni della IVF del Liceo Ginnasio di Stato di Bagheria. Noi abbiamo definito il nostro percorso come il viaggio dell’eternità, quell’eternità che è nel ricordo e nella memoria, ed il ricordo è riportare al cuore, è ciò che ci rende esseri umani. Nessun disagio nel parlare al nostro cuore, nel parlare dei nostri sogni che nessuno mai potrà portarci via: i sogni sono il punto in cui la nostra vita si rivoluziona. Questo nostro viaggio ha reso quegli Uomini “eterni” nella nostra vita.
Il nostro mosaico è stato ricomposto; incompleto resta, però, il mosaico di quanti, ancora, aspettano la verità; manca l’ultimo tassello, quello della giustizia terrena, che ricomponga il puzzle della vita di uomini e bambini uccisi crudelmente dagli uomini del disonore.
Ci lasciamo, adesso, con una riflessione che l’ex magistrato Leonardo Guarnotta ha suscitato in noi nel momento in cui è stato elogiato il lavoro da lui svolto: “certo, se dobbiamo elogiare un uomo per il semplice fatto di avere svolto il proprio dovere, allora siam messi proprio male!”. Pensiamo, allora, che ciò che dovrebbe essere “normale”, ciò che dovrebbe far parte del nostro modus vivendi, tanto normale sembra proprio non essere. Ed allora, assolvere quotidianamente il proprio dovere, rispettare le diversità, porgere la mano in segno di aiuto per dire “Io/Noi ci siamo”, in ogni momento, al di là dei confini fisici e mentali, diventano qualcosa di eccezionale, di straordinario, non tanto per l’importanza che assume quel gesto, quanto, piuttosto, perché Noi, Società, non siamo abituati a simili gesti. Ecco che quei gesti alla nostra vista, quelle parole al nostro udito, diventano azioni, voci eccezionali.

 

Clarissa Dimitri, IV F

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