2018-19 

Sarebbe un po’ come silenziare il mondo…

Una voce s’alzò dall’Agorà: “Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος…”, il suono della lira la seguì ed i παιδεις di fretta si disposero attorno al rapsodo, l’uomo si guardò attorno, Alceo, Aristodemo, Egisto, Nestore, Timoteo… i suoi ascoltatori erano tutti lì, fece un profondo respiro e cominciò il suo canto. Dalle note del dolce strumento e dalla ritmica narrazione erano rapiti quei giovani e divenivano spettatori di un folle scenario di guerra. Egisto sognava la lucente armatura di Achille, Timoteo immaginava la bella Elena ed il piccolo Glauco, giunto poco dopo l’incipit, aspirava a divenire un giorno come il suo illustrissimo omonimo. Ed i suoni riempirono la πολις di gloriosi ricordi.

Chissà cosa pensò invece quel giovane fattorino quando, passeggiando per le strade della Vienna romantica, tra lo scalpitio dei nobili cavalli, le altisonanti parole provenienti da colti caffè e le voci di una viva città, udì di sottofondo quelle stroncanti note. Chissà cosa lo spinse ad inseguirle come gentili disturbatrici di quel perenne caos. Divennero poi sempre più forti, svoltò l’angolo, furono sempre meno distanti, iniziò a correre. Impaziente. È solo giovane. Per un attimo tornò “il perenne”, chiuse gli occhi, ritrovò le note, ricominciò il folle inseguimento. Un’ultima svolta: Eccole. Fu felice, ebbe paura. Adesso quelle si mescolavano al suo irrequieto battito, ne comprese la provenienza: sgusciavano fuori dalla casa del Maestro, sempre più sordo, e come le sirene ammaliarono innumerevoli marinai, esse avevano stordito l’animo del giovane. Era la Sinfonia numero 5 [di Beethoven]. ma quali conoscenze si potrebbero pretendere da un semplice giovane fattorino dell’800? Restò lì a lasciarsi trascinare per un paio d’ore dopo finì quel piacevole travaglio ed il caos lo riprese con sé.

Secoli dopo dominò l’incessante mormorio, poi fu silenzio, e d’un tratto quelle che furono scompigliate voci divennero un unico coro: “I want to break free” e dietro la voce di Freddie strillarono chitarre, rullarono piatti, batté il basso, e fu magia. Lei ne fu protagonista. Era una semplice studentessa degli anni 80, ore interminabili di fila per immergersi in quell’incantevole tornado di suoni, verosimili bugie dette ai suoi per nascondere quel mondo nel quale avrebbe forse voluto che si lasciassero coinvolgere. Ma la loro musica aveva ben altre note, aveva altre parole, quelle di De André “ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, che caricava le sue canzoni della voce di un’intera generazione, musica definita da Proust come “la comunicazione delle anime” ormai stanche della guerra e volte al cambiamento.

Non considerare quindi la musica come parte integrante della storia sarebbe un po’ come silenziare il mondo e che ci si guardi attorno per comprenderne l’essenzialità ai nostri giorni. Ognuno con il proprio mondo dentro una playlist e, protetto da cuffiette, il “dolce potere della musica”, di cui parlò Shakespeare nel mercante di Venezia, raggiunge il cofanetto delle emozioni, senza deviazioni, e come i fanciulli di Atene, come il giovane fattorino del periodo romantico, come la ribelle studentessa, se ne diviene vittime, amanti.

Se può esser considerata musica e quanto possono essere definite “canzoni” quell’insieme di frasi sconnesse e di suoni dissestati, che bombardano le menti delle nuove generazioni, sarà la storia a dirlo. Ma se la musica rappresenta il contesto storico in cui viene generata, è possibile trovare oggi sani principi, ideali e valori tra i giovani? Citando Manzoni “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Martina Giglio, III B, prima liceo Classico

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