2019-20 

Visita presso la Comunità terapeutica di Casa dei Giovani (classe IV BU)

Martedì 11 febbraio 2020, la classe IV BU si è recata in visita presso la sede di Bagheria della comunità terapeutica della Casa dei Giovani, un’associazione di volontariato nata e cresciuta nel territorio locale, che si occupa di assistere i dipendenti da sostanze, indirizzandoli verso un percorso terapeutico al fine di uscire da tale dipendenza.

Seppure ubicata in un contesto al di fuori del centro cittadino, già con mezzi propri e con i finanziamenti dei vari dipartimenti, la comunità è stata capace di costruire un residence fornito di tutti i comfort e di molte attività per chi intende uscire dalla propria condizione di dipendenza tossicomanica (non vi stupite, il termine è corretto :-), comprendendo oltre che camerate da 5 posti letto e mensa/cucina, anche una pratica infermeria, dei magazzini ed una vasta proprietà terriera che ospita orti, spazi verdi, stalle ed un laghetto artificiale, oltre che molti animali da cortile (galline, tartarughe cigni, mucche, cani). Tutti gli ambienti sono, tra l’altro, curati dagli stessi ospiti che in questo modo hanno l’opportunità di approcciarsi ad un contesto bucolico ed apprezzando così la vera essenza della natura, del lavoro e della costanza che, come testimoniato, con i frutti ricavati ottengono una grandissima fonte di gratificazione oltre che, come si presuppone, una produzione a chilometro zero per quanto riguarda il frutto degli orti.

Dopo la visita degli ambienti dunque vi è stato un momento di raccolta, in cui il dott. Biagio Sciortino, tutor di questo percorso PCTO, ha parlato della storia e dei fini ultimi dell’associazione.
La comunità nasce nel 1983, appoggiandosi all’ospitalità del parroco locale. Ma la volontà di riscattare la vera forma assistenziale della comunità, portando l’uomo al centro del progetto, ha portato Padre Lo Bue a concepire una comunità focalizzata sullo scambio di differenze, criticità e difficoltà: quindi di creare un contesto familiare, dove le persone possono sentirsi accolte in un ambiente ricco di calore, e ciò ha implementato poi gli sforzi per migliorare gli spazi ed attenuare le difficoltà.
Particolare poi è stata la definizione dei dipendenti da sostanze, intesi come  l’anello debole del sistema sociale o familiare, che possono anche riscontrare difficoltà nell’inserirsi nel contesto di riferimento, a causa delle scelte che spesso non si riescono a prendere con cura: difficoltà di confronto, problemi a casa o con gli amici, mettono in difficoltà l’uomo. Questo è il concetto fondamentale, che porta questa parte debole ad essere anche la più ricca: da una semplice famiglia borghese ci si può ritrovare per strada, esprimendo così un sintomo del suo male nascosto più grande: il disagio familiare, che ci porta a creare dei personaggi che non sono realmente ciò che noi siamo. Quindi non ci si riferisce a loro come scarti della società, ma come frutto delle fallacie sociali. Il modo di trascendere dall’aspetto fisico porta anche ad una riflessione sul cyberbullismo: il non essere nel posto migliore o il non avere i vestiti migliori, cioè ciò che per noi è banale, porta allontanarci dagli altri ed essere vittime, nascondendoci dalle nostre debolezze.
Ecco perché il percorso terapeutico è concentrato sull’uomo: l’aiuto all’amico in difficoltà potrebbe aiutarci a capire ciò che significa un gesto, che può fare la differenza. La disponibilità al cambiamento, mettendo al servizio degli altri, può riscattare ciò che nel contesto familiare gli è stato negato. Rispetto dell’altro, capacità di relazione, ascoltare attivamente, sono concetti che vanno messi a fuoco per fare la differenza ora e subito.
Il raggiungimento di un obiettivo da liberi porta ad un traguardo inalienabile: la comunità è un percorso molto più efficiente rispetto alla costrizione delle carceri, che si concentra sullo sviluppo del gruppo terapeutico, senza apporre barriere tra autorità e sottoposto, tra docente e discente.

Una critica è rivolta anche al mondo esterno, che porta la gente comune ad emarginare i dipendenti da sostanze per via del loro trascorso, piuttosto che complimentarsi con loro. Ma ciò è il punto di forza della comunità: attraverso il riscatto le vite precedenti rinascono, rimandando positività grazie a situazioni spontanee continue, simbolo di una crescita interminabile. La formazione però mira anche al dopo la comunità: attraverso corsi di apprendistato si può imparare a praticare un mestiere o, grazie alla scuola, acquisire un titolo di studio utile.

Al termine di questa discussione, che ha suscitato molte curiosità sulla scansione del timing della giornata (a cui è intervenuto il pedagogista della comunità), ma anche sul trascorso degli ospiti in sala, siamo stati omaggiati dai padroni di casa con un deliziosissimo rinfresco a base di patatine e pizza – naturalmente homemade (cioè fatti in casa) – durante il quale abbiamo avuto modo di interloquire con gli ospiti, scoprendo così chi si cela dietro coloro che la società definisce come “emarginati”.

Alfio Sanfilippo (IV BU)


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