2019-20 

Non sai chi sei. Non sai cosa sei, uomo!

Dal primo respiro all’ultimo gemito vegliano su noi le tre teste di Cerbero. Incapaci di condividere lo stesso corpo vivono una straziante ed interminabile guerra di trincea tra loro e contro il nemico comune: l’individuo. La mente è uno spigoloso labirinto, il sentimento una nobile gabbia. Il cervello seziona, analizza, elabora, produce. Il cuore confonde, mischia, sconvolge, patisce. La tavolozza della ragione si divide in bianco e nero; i colori del cuore rivivono in mille tonalità e sfumature. La prima è il tratto netto tra luce ed ombre del Caravaggio, la seconda è il pathos avvolgente e travolgente della pietà del Bellini. Il rigore matematico è la pala di Brera, ideale, definita, atarattica. I tumulti del cuore sono le prigioni di Michelangelo, sono lo straziante grido di Munch che incessante percuote auree sbarre. Sono i cavalli della biga alata di Platone, sono le donne del sogno di Atossa.

Mi chiedo se il genio nasca dalla convivenza di questi o dalla predominanza assoluta dell’uno sull’altro. Ma procedendo lungo i binari del pensiero, quando la ragione interroga il sentimento, non può che stupirsi nel leggere in questo il riflesso alterato di se stessa. Una proiezione amorfa di idee logicamente articolate, ricomposte erroneamente, che mi portano a definire il sentimento nient’altro che una zona periferica e poco controllata del cervello. L’identità di Mente e Cuore, infine, non può che contenere in sé anche quell’animo proteso al trascendente,  scrigno di marginale importanza di necessità rivelatrici della finitezza umana. Naturale ed incontrollabile guerra è il delirio dell’uomo che tanto da questa vorrebbe fuggire desiderando quasi di ridursi a bestia. La scimmia nuda ormai volentieri declasserebbe nell’antropocentrico ordine gerarchico della natura, pur di essere mossa soltanto dalle semplici pulsioni bestiali. Essa stessa si pose al vertice credendo dell’animo la propria forza.

Povero illuso animale sociale! Se solo tu riuscissi a dare alla ragione il supremo controllo, se solo sapessi dominare te stesso, allora potresti piantare il tuo vessillo sulla cima della tua piramide, allora saresti in grado di governare le leggi degli uomini e dell’universo e la smetteresti finalmente di invocare un dio nel quale scioccamente riponi tutto ciò che non sai cogliere oltre i tuoi limiti. Troppo Natura ama se stessa, se razionalmente avessi usato il tuo intelletto e le conquiste che tanto vanti non saresti ora, per lei, un virus da espellere. Lotti con te stesso, con i tuoi simili, con la natura. Sciocco! Indaga e trova il casus belli. Sarai meravigliato nel scoprirlo relegato in un angolo del tuo raziocinio. Lo chiamerai cuore, animo, sentimento, gli darai un nome perché così usi fare, ma mai saprai capirne i moti. Ne diverrai schiavo, inconsciamente, sia che tu decida di non indagare o che tu scelga di approfondirne lo studio.

Io sono Medea. In me giace il suo straordinario animo razionale, le sue pulsioni dettate dal sentimento e nell’azione regolate rigorosamente dalla ragione. Con lei sono captiva in questa cella disordinata e caotica dei sentimenti, ma come lei questi domino, soggiogo. La mia è la vendetta razionale, mossa dal cuore e governata dalla mente, guai se fosse il contrario. Io ho ucciso i miei figli secondo ragione. Di coloro che giudicano nessuno è più ragionevole di me. Mi insultano mentre piango sui cadaveri dei miei bambini, come non fossi madre, ignorano o forse in fondo invidiano il mio coraggio.

“Io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima” scrisse Henley. Eppure in verità volentieri vivrei tra i matti, che di discorsi tanto folli poco si curano.

Una studentessa dello Scaduto

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