2020-21 

L’Essere e l’Altro

Abbiamo perso “vita” vivendo o si è soltanto trasformato in altro?
Durante le diverse fasi della difficile e drammatica situazione pandemica che tutti noi stiamo ancora vivendo, ho come l’impressione che ogni singolo individuo viva un mal-essere interiore (che si manifesta inevitabilmente all’esterno) che disturba o, ancora meglio, rende più difficile la Relazione con l’Altro e quindi anche con noi stessi.
L’Altro è sempre stato considerato, almeno per la maggior parte, dono gratuito, ricchezza inestimabile e occasione di crescita comunitaria ma, il Covid-19, ci ha allontanato (e non solo fisicamente!) da questa grande opportunità rischiando, quindi, di trovarci da soli, senza nessuno. La solitudine non è mica cosa negativa! Essa può sicuramente sollecitarci a riflettere ancora di più sul nostro essere uomo e donna in questa società che vive un periodo storico particolare, ma cosa manca ancora? Qualcosa ci viene a mancare.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger, maggiore esponente dell’esistenzialismo potrebbe darci una risposta circa le questioni citate sopra. Heidegger si domandò continuamente non a cosa è chiamato l’essere umano e quindi il suo stesso Essere ma, al contrario, si domanda prima di tutto chi è l’essere umano. Una domanda quasi banale se rispondessimo in termini scientifici o biologici ma, il suo intento era quello di descrivere la natura dell’uomo nella sua interezza e nella sua totalità.
Heidegger cercò, inoltre, di affrontare il problema delle dinamiche relazionali e, secondo il filosofo tedesco, l’Esserci (che è l’Essere che ci-è) è allo stesso tempo un Essere-con ed è proprio in questa bella dinamica relazionale che si fa strada il tema della cura e del prendersi cura di qualcun’altro. La cura diventa per Heidegger l’esistenziale degli esistenziali, ovvero, la struttura fondamentale che indica l’originaria apertura di un uomo con l’altro uomo.
Mi piace riportare una piccola parte di una antica favola del poeta latino Iginio che ho trovato durante i miei approfondimenti scolastici e che può aiutarci a comprendere meglio come, il solo fatto di Esserci ci fa essere cura per qualcun altro.
Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo
spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo.
Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo
essere, fintanto che esso vivrà, lo possieda la Cura.
Poiché la controversia riguarda il suo nome,
si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra).

La cura, il prendersi cura di qualcuno o di qualcosa, quindi, ci renderebbe sicuramente migliori, ci permetterebbe di dare forma al nostro stesso Essere e di vivere meglio, con armonia e con equilibrio. Ci siamo, soprattutto in questo mesi difficili, presi cura di qualcuno? Ci siamo occupati di qualcosa di autentico o ci siamo solo mascherati e nascosti dietro i tanti surriscaldati, dall’eccessivo utilizzo, dispositivi tecnologici?
Abbiamo quasi perso (non del tutto però!) quell’atteggiamento empatico che avevamo quando ancora ci si poteva avvicinare l’uno con l’altro, senza distanziamenti e senza restrizioni.
Chi ha saputo gestire tutto questo ha sicuramente, e si vede, rafforzato il famoso “soffrire/sentire insieme” ma c’è invece chi, purtroppo, non è riuscito a farlo. E adesso che si fa?

È tutta questione di cuore che cura e di cura del cuore.

La parola cura etimologicamente significa osservazione [cura derivato dalla radice ku-/kav-] e cosa è la cura se non osservare concretamente l’Altro e sentirlo parte integrante del proprio Essere?
È proprio così che l’Altro si incontra con l’Essere e viceversa. Con l’osservare pratico e responsabile.

Anche per il filosofo francese Jean-Paule Sartre vedere (osservare quindi) è sentire. È appunto attraverso la vista, che può e deve essere prima di tutto interiore, che possiamo avere libero accesso al mondo che ci circonda. Ed è attraverso la vista che facciamo esperienza, che conosciamo le cose ed è soprattutto nel “tempo della mascherina” che, attraverso l’organo della vista, abbiamo potuto raccontare, narrare, esprimere con gli altri mettendoci, per quanto è possibile, in relazione. Per Sartre – dunque – la vista è la chiave di accesso che apre all’incontro con l’Altro, ed è in questo senso che il vedere l’Altro, prendendo coscienza della propria identità e contemporaneamente della nostra identità, si traduce nel volgere lo sguardo. Questo lo abbiamo imparato o no? Abbiamo ancora tanta strada da fare.

È giusto, infine, che la vita riprenda “normalmente” e che ognuno di noi torni a sentirsi in pace, ma se tutto ciò che è accaduto non ci ha condotto verso nuove prospettive e orizzonti, forse non saremo mai più al sicuro. Non siamo uniti né nei grandi contesti, tantomeno nei piccoli.
Quando abbiamo accanto qualcuno a cui urla il cuore, ci voltiamo dove tutto è più semplice e leggero. Non siamo ancora approdati a riuscire a leggere chi ci sta accanto.

Il Covid-19 ci renderà migliori? Diversi sì, ma migliori…



Il testo che vi suggerisco per questa settimana è: Poetica della Relazione di Édouard Glissant, edito dalla casa editrice Quodlibet.




*l’immagine utilizzata per questo articolo è un dipinto ad olio su tavola intitolata Visitazione di Carmignano del 1528-1530 di Pontormo, conservato nella propositura dei Santi Michele e Francesco a Carmignano, in provincia di Prato.

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