2021-22 Magazine numero 3 Senza categoria 

La mela della discordia.Tutta colpa di una mela (o forse no?)

Cosa sarebbe successo se Paride avesse scelto come più bella tra le dee,Hera o Atena anziché Afrodite?
Paride camminava avanti e indietro lungo la radura erbosa, cercando di prendere una decisione.
“Allora, avete scelto?” lo sollecitò una delle tre donne davanti a lui. Paride si fermò e le guardò a lungo in viso, una per una, ma non riuscì a fare altro che scuotere la testa. Era pomeriggio inoltrato e il giovane era al pascolo con il suo gregge di pecore quando aveva incontrato le donne insieme a un ragazzo che dimostrava qualche anno in meno di lui, che
si presentò subito: disse di essere Ermes figlio di Zeus, sceso dall’Olimpo per parlargli. Spiegò che quello stesso giorno, in una terra lontana chiamata Ftia, si erano celebrate le nozze del re Peleo e della ninfa Teti. La dea della discordia Eris, che aveva una pessima fama e che, per questo, non era stata invitata ai festeggiamenti, era intervenuta ugualmente, lasciando cadere una mela d’oro, destinata alla più bella tra le dee. Subito era scoppiata una contesa tra Hera, Atena e Afrodite, le dee più potenti e incantevoli dell’Olimpo. Il sommo Zeus non aveva voluto giudicare e aveva affidato il compito di scegliere proprio a lui, Paride, considerato il più bello e il più onesto tra i mortali. Il giovane pastore era veramente indeciso e, se avesse potuto, si sarebbe senza dubbio comportato come Zeus. Di sicuro nessuna delle tre dee sembrava pronta ad accettare con umiltà una sconfitta.
Atena, colei che aveva parlato prima, indossava un’armatura scintillante sopra la veste color della notte, ricamata a mano. Era alta e ben formata, aveva i capelli corvini acconciati in due morbide trecce laterali. Gli occhi erano azzurri, e aveva un’espressione
così determinata e fiera che, dopo averla guardata negli occhi per più di qualche secondo,non si riusciva più a sostenere l’intensità del suo sguardo. In una mano stringeva una lancia e con l’altro braccio reggeva uno scudo.


Hera era la più maestosa e imponente delle dee. I suoi capelli castani erano raccolti in uno chignon alto e ornati da sottili catenine d’oro. Anche il suo abito era dorato, e portava una vistosa collana e degli orecchini pendenti. Era bella ed elegante, ma si intuiva come fosse anche gelosa e vendicativa, disposta a tutto pur di vincere e capace di provare risentimento per secoli.
Tra le tre, Afrodite appariva la più sicura di sé, e sembrava certa di ottenere la vittoria senza fatica. Era rimasta immobile
per tutto il tempo con l’aria più serafica possibile. In effetti, risultava davvero molto affascinante: i suoi lunghi boccoli biondi erano sciolti sulla schiena, batteva le sue lunghe ciglia scure sui grandi occhi verdi e portava con grazia un peplo trasparente. Non avrebbe tollerato rivali accanto a sé, e avrebbe potuto vendicarsi crudelmente di chi l’avesse offesa.
Tutte erano atteggiate in pose statuarie e lanciavano sguardi interrogativi verso di lui. Gli occhi acuti di Paride avevano esaminato i pregi e i difetti di tutte e tre, ma non riusciva ancora a prendere una decisione. Teneva in mano il pomo della discordia: era pesante, come le responsabilità che portava. Pesante, come le conseguenze che sarebbero seguite
al suo verdetto. Aveva udito della sfortunata sorte toccata a fanciulle che avevano osato sfidare Atena, o avevano eclissato con la loro la bellezza di Afrodite, o erano state perseguitate da Hera perché amate da Zeus.
Atena si rivolse di nuovo a lui: “Se mai mi venisse data da voi la mela d’oro, giovane principe, prometto che diventerete il più sapiente tra gli uomini, e il più abile nella nobile arte della guerra”. “Un’idea priva di senso logico” la rimbeccò Hera prima che Paride avesse modo di aprire bocca. “A cosa servirebbero un po’ di intuito o di capacità ad un pastore? Quando il
principe avrà donato a me la mela che mi spetta di diritto, diventerà il più potente di tutti gli uomini. Tutti i re si inchineranno davanti a lui e diranno che ha raggiunto la felicità”. “Sono solo sciocchezze: anche un bambino potrebbe far crollare il regno governato da un uomo privo di senno, ma questo non lo capirai mai perché sei stupida” replicò Atena. Le due si scambiarono ancora qualche battuta, poi tacquero. Paride, sempre più frastornato, meditava tra sé: non era per niente convinto, non sapeva proprio cosa fare. E poi, perché mai lo avevano chiamato principe? Di tanto in tanto guardava di sottecchi anche Afrodite,
che non gli aveva offerto nessun dono. Fu proprio lei a rompere il silenzio dopo qualche minuto. Disse semplicemente: “Io potrei donare questo”, e proiettò un’immagine nella mente di Paride. Il ragazzo vide una fanciulla bellissima, quasi più splendente delle
dee. Lui, solitamente così acuto e preciso, non trovò nessun difetto nella figura che aveva davanti. A lei sola avrebbe consegnato il pomo, solo a lei avrebbe… doveva assolutamente trovarla. Dalle labbra gli sfuggì un “Oh” involontario. Fece qualche passo con le braccia protese in avanti, ma inciampò nello strascico del vestito di Hera e cadde. Afrodite allungò un braccio verso di lui e lo aiutò a rimettersi in piedi. “La giovane che avete appena visto si chiama Elena di Sparta, ed è la più bella fanciulla che sia mai esistita. Elena corrisponderà il vostro amore, appena vi vedrà. Vedo un destino meraviglioso per voi due, una piccola Elena ai piedi del padre…
Ovviamente se compirete un semplice gesto che avete capito anche da solo” Hera e Atena si guardarono: dovevano assolutamente evitare che Afrodite ricevesse la mela d’oro.
“Non fatelo, Paride, non siate sciocco!” urlò Atena. “Elena è felicemente sposata con il re Menelao, non tradirebbe mai suo marito. Si scatenerebbe la peggior guerra mai vista da occhi umani”
“Soprattutto non cambierebbe mai un re con un pastore. Accettate la mia offerta e, come re, potrete sposare qualunque principessa desideriate!” si associò Hera “Forse sarà lei stessa ad innamorarsi di voi, se diventerete saggio e abile. E la capacità in
guerra vi servirà in futuro”
Afrodite si limitò a ripetere: “Elena corrisponderà il vostro amore, appena vi vedrà. Vedo un destino meraviglioso per voi due, una piccola Elena ai piedi del padre…”. Paride non esitò più. Guardò in viso la dea dell’amore e le prese la mano, consegnandole
la mela d’oro che recava la scritta: “Alla più bella”.
“E fu così che cominciò tutto. Che storia!” commentò Achille. “È così” rispose sua madre Teti. “Il mio matrimonio fu rovinato dal terribile litigio che scoppiò, e se penso a quello che successe in seguito…” la dea lasciò sfumare le parole. La guerra seguita agli eventi che aveva appena raccontato al figlio durava già da dieci anni. Molti guerrieri intrepidi erano partiti, inseguendo le speranze di una morte gloriosa, e di essere ricordati per l’eternità. In particolare, ad Achille era stato spiegato che avrebbe potuto vivere una vita lunga e felice come sovrano di Ftia, città fertile e popolosa, ma dopo la morte nessuno l’avrebbe più
ricordato. In alternativa, accettando di combattere contro Troia, avrebbe trovato la morte e la gloria eterna, e sarebbe stato considerato per sempre un esempio da seguire e un modello di eroe valoroso, forse il migliore di tutti. La scelta del giovane re riempiva la madre di orgoglio, ma anche di tanto dolore… Al momento, però, Achille non era sul campo di battaglia a causa di una violenta lite con Agamennone, il tracotante capo dell’esercito Acheo, e Teti aveva deciso di trascorrere una giornata con lui, consapevole che non avrebbero avuto molte altre occasioni in futuro, e pronta a rispondere a tutte le domande che il guerriero avrebbe posto. Come altri combattenti, Achille aveva infatti un interrogativo; era stato a partire dalla decisione presa da Paride (un uomo per cui lui sentiva un profondo disprezzo: pur avendo causato tale terribile guerra, non combatteva quasi mai e trascorreva il suo tempo tra musica e danze in compagnia dell’amata Elena; i due erano fuggiti via insieme come due ragazzini e non si erano fatti vivi per molti mesi) che si erano scatenati i combattimenti; molti giovani coraggiosi, Achei e Troiani, avevano
perso la vita e molti sarebbero ancora morti in nome di una questione che non li riguardava e per dare onore a chi non lo meritava: se il principe Troiano avesse scelto un’altra dea come la più bella, le cose sarebbero andate diversamente? Era una domanda a cui nessuno avrebbe saputo dare una risposta. Nessuno tranne, forse, una divinità.
“Sono d’accordo” rispose Teti. “Zeus Cronide ti ha concesso un privilegio unico: riporterà indietro il tempo e tu potrai osservare cosa sarebbe successo se Paride avesse donato la mela a Pallade Atena o ad Hera regina di tutti gli dei”
“Le cose sarebbero potute andare diversamente se Paride avesse scelto Hera?” ipotizzò Achille.
Mentre parlava, non si trovava più nell’isolotto vicino Troia da cui assisteva alle battaglie, ma in un terreno pianeggiante ricco di cespugli dai molti fiori e frutti. Sua madre, che era ancora accanto a lui, lo invitò svelta a nascondersi dietro uno di questi, per avere una visuale chiara della situazione senza essere visto.
Si trovava esattamente di fronte alle dee e poteva vederle in viso mentre un ragazzo camminava avanti e indietro. Lo riconobbe subito: non era altri che una versione giovane di Paride. Achille sapeva di essere in una condizione particolare: nei combattimenti era protetto sia da Hera sia da Atena perché era il più forte e invincibile tra i guerrieri Achei, ma era caro anche ad Afrodite perché nato dalle nozze che le avevano garantito il titolo di più bella tra le dee. Il corso dei suoi pensieri si interruppe quando Ermes cominciò a parlare, spiegando a Paride com’era stata ritrovata la mela.


“Doveva essere una magnifica giornata, si celebravano le nozze della dea del mare Teti con il bellissimo Peleo. La sala del banchetto riluceva e su una grande tavola brillavano le coppe preziose, colme di nettare e ambrosia;
volevano stare tutti in pace e in allegria, perciò al banchetto non era stata invitata Eris, dea della discordia. Al suo apparire scoppiavano litigi furiosi, ma quella fastidiosa guastafeste riuscì ugualmente a rovinare tutto.

Arrivò mentre gli altri stavano mangiando e fece rotolare sulla tavola una mela d’oro.
“Guardate”, gridò qualcuno, “Sulla mela è incisa una frase.” “Cosa? Dove? Fate vedere….” C’era scritto ALLA PIÙ BELLA. Allora le tre bellissime dee Hera, Atena e Afrodite si gettarono sulla mela d’oro. “A me, a me” gridavano dandosi gomitate e spintoni. Strillavano furiose pestandosi i piedi l’un l’altra, ma nessuna delle tre riuscì a prendere la mela. Zeus decise infine di affidare il giudizio al giovane e affascinante Paride” concluse Ermes, ponendogli in mano il piccolo globo che emanava raggi di luce
dorata.
Paride rimase a fissarlo, come ipnotizzato, ma non riusciva davvero a decidere chi fra le tre dee fosse la più degna di un tale riconoscimento. Allora la splendida Hera decise di farsi avanti per convincere Paride ad eleggere lei. Cominciò il suo discorso dicendo: “Sono io la migliore: sono imponente e grandiosa, ho lunghi capelli castani chiari, grandi occhi scuri e un infinito buon gusto nell’abbinare abiti e gioielli. Inoltre, a differenza delle altre, io vi prometto immensi e unici poteri: vi farò
diventare il re più forte e potente della terra, e vi renderò superiore a tutti anche per ricchezza, tanto che, a un vostro cenno, interi popoli si sottometteranno. Allora che cosa aspettate a scegliere me? Non ve ne pentirete per nulla: anzi, vedrete come la vostra vita cambierà in meglio.”
“No, fermatevi!” esclamò Atena: “Qui la più bella e colei che vi regalerà una vita migliore sono io, non quella lì. Con un solo gesto potrei donarvi sapienza e successo e fare di voi il più coraggioso tra gli uomini” affermò.
Intervenne anche Afrodite dichiarando: “Io invece vi garantisco l’amore della divina Elena ma, se non renderete omaggio alla mia bellezza, Elena regina di Sparta non si innamorerà mai di voi”.
In quel momento Hera, davvero furiosa, disse: “Caro principe, non state a sentire i discorsi inutili delle altre, ma ascoltatemi attentamente. Grazie a me, la fama del vostro nome si diffonderebbe fino ai confini del mondo e, se proprio desiderate trovare l’amore, io vi permetterei di conquistare le giovani dotate delle più alte qualità: infatti, con il vostro
potere, qualsiasi donna si innamorerebbe di voi. Quindi accettate la mia proposta e vedrete.”
A quel punto Paride, convinto dalle belle parole che Hera gli aveva rivolto, decise di fidarsi
di lei e le consegnò la mela. Poco tempo dopo fu riconosciuto dal re di Troia come proprio figlio, e
divenne il più potente e ricco tra tutti i principi. Fu invitato nelle corti dei maggiori re dell’epoca, tra cui il re
Menelao di Sparta, sposato con la bellissima Elena, di cui Paride si era follemente innamorato, ma che non
ricambiava i suoi sentimenti a causa dell’opposizione della dea dell’amore. Paride si convinse così che
l’unico modo per ottenere Elena fosse quello di rapirla e portarla con sé a Troia. Appena Menelao scoprì
l’accaduto organizzò la guerra contro Ilio con l’aiuto dei più importanti principi greci condotti dal fratello Agamennone, nel tentativo di salvare la moglie e il proprio matrimonio.
“Quindi si sarebbe arrivati lo stesso alla guerra” osservò Achille, mentre la visione svaniva.
“A quanto pare nemmeno Hera sarebbe stata la scelta giusta!” Scambiò uno sguardo
complice con la madre e, dopo pochi minuti, si ritrovò nella stessa radura di poco prima. Si
acquattò dietro il solito cespuglio e rimase ad osservare cosa sarebbe successo se Paride avesse dato la mela ad Atena.
Le tre dee sembravano sempre più impazienti ogni minuto che passava senza che nessuno parlasse, e Achille si sorprese a rallegrarsi di non essere ancora nato quando era avvenuta la contesa tra le dee: al posto di Paride, anche lui
si sarebbe trovato in forte difficoltà. Cercò di scacciare quel pensiero e rimase ad osservare la scena che aveva davanti,
aspettando che una delle tre cominciasse a parlare. La prima fu proprio Atena, che aveva l’aria di essere la più
decisa e combattiva di tutte. “Nessun onore è gratuito” cominciò “Se io ricevessi la mela sarei riconosciuta da tutto
l’Olimpo e da tutti i mortali come la dea più bella, oltre che come la più intelligente, saggia e abile sia in guerra sia nei lavori domestici, e tutti mi tributerebbero alti onori. Ma è bene che anche voi ne riceviate: dandomi la mela dimostrereste di essere saggio, quindi io vi concederò un’immensa sapienza che potrete condividere con chi vogliate, e utilizzare per realizzare ogni desiderio vostro e altrui. Vi concederei inoltre un’abilità in guerra superiore a quella di ogni altro contemporaneo: ne avrete bisogno negli anni che verranno. Avete tra le mani un’opportunità senza eguali: riuscirete a coglierla?”. Achille trattenne uno sbadiglio alla fine del lungo monologo, ma non poté fare a meno di accorgersi della scintilla che
brillava negli occhi di Paride. “Molto bene” disse il ragazzo, soppesando tra le mani il pomo d’oro. “Vi ringrazio della vostra gentile offerta e credo proprio che…”. “Un momento!” gridò Afrodite facendo trasalire tutti. “State dimenticando qualcosa di
essenziale”. Atena la fulminò con lo sguardo: aveva interrotto Paride proprio un istante prima che le consegnasse il pomo. La dea dell’amore finse di non accorgersene e continuò: “Atena cara, avrai anche pretese di intelligenza e bellezza, ma non hai proprio
idea di come esaudire i desideri: solo io del resto ho il potere di concedere al giovane principe ciò che più sogna al mondo: l’amore della donna più bella che ci sia”.
“Saresti tu la donna in questione?” le chiese Hera in tono sarcastico. Afrodite scosse la testa e sorrise: “No, mi riferivo ad Elena di Sparta. A giudizio di tutti è lei la più affascinante della terra: ha lunghi capelli lisci e biondi, grandi occhi celesti, la pelle
color dell’avorio e un fisico da statua, ed è bella dentro tanto quanto fuori; grazie ai miei poteri potrebbe innamorarsi di voi a prima vista. Potete anche ammettere che è ciò che avete sempre desiderato”.
Hera intervenne prontamente: “Se davvero stai parlando di Elena, dovresti sapere che è sposata con il re Menelao, e che, essendo bella dentro tanto quanto fuori, non ingannerebbe mai il marito. Giovane principe, se voi donaste a me il pomo che tenete in mano, in cambio potrei farvi diventare l’uomo più potente che ci sia: re del regno più ricco
tra tutti e uomo ammirato, onorato e temuto da chiunque. E, se davvero desiderate l’amore di una principessa, non sono molte le ragazze che rifiuterebbero di sposare un re così nobile: in fondo, sono io la protettrice dei matrimoni!”. Atena nel frattempo rifletteva: nessuno dei suoi carismi aveva a che fare con l’amore, eppure cercò di fare lo stesso una promessa a Paride: “Qualora diventaste sapiente e abile, la vostra fama si diffonderebbeovunque e anche Elena di Sparta vorrebbe fare la vostra conoscenza: trovare il successo e l’amore è molto meglio che trovare solo l’amore”. Paride esitò ancora un istante, infine
prese la sua decisione e consegnò ad Atena la mela d’oro. La dea Teti raccontò ad Achille quello che successe dopo: “Avvenne esattamente come Atena aveva previsto. La fama della saggezza di Paride, malgrado la sua giovane età, si diffuse presto di regno in regno, e lui venne ospitato in tutte le città più importanti dell’epoca, tra cui Sparta, dove fece la conoscenza del re Menelao e della sua bellissima moglie, Elena. Si innamorarono ma Paride non volle che lei tradisse il marito, così in segreto lasciò Sparta.”
Achille non riuscì a trattenersi: “Ma allora è questa la scelta che avrebbe dovuto fare! Se avesse agito così non si sarebbe arrivati alla guerra: ogni cosa dipendeva da lui!”
Ma sua madre non aveva ancora finito di raccontare, quindi ribatté: “Senza dubbio tu avresti avuto ragione se tutto fosse finito qui, ma Elena non riusciva a darsi pace per la partenza del suo amato e prese una grande decisione: anche lei lasciò Sparta per andare a Ilio, dove riuscì a ritrovare Paride. Fu un gesto senza precedenti nella storia del nostro popolo, e nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo. Nemmeno Menelao, che diede infatti l’unica interpretazione possibile: dedusse che Elena fosse stata fatta
rapire da Paride, quindi immediatamente con l’aiuto del fratello maggiore, Agamennone, e di tutti i re dell’Argolide organizzò una spedizione verso Troia, per vendicare il presunto rapimento.”
“Quindi il risultato finale sarebbe stato sempre lo stesso, qualunque fosse stata la scelta di Paride” rifletté Achille una volta terminata la visione, seduto sulla sabbia fine della spiaggia dell’isola. “Ciò significa che la responsabilità di tutto non è sua, bensì degli dei e del Fato.
Non so esattamente il perché, ma saperlo è un sollievo”. Continuò a riflettere: non poteva certo comportarsi come se non fosse successo nulla, urgeva prendere una decisione. Rimase a lungo pensieroso, in silenzio, poi si alzò in piedi e annunciò: “Tornerò a
combattere con l’esercito Acheo”. Decise anche che non avrebbe raccontato a nessuno ciò che aveva visto, sebbene fosse certo che Patroclo, che era come un fratello per lui, avrebbe creduto alle sue parole… “Sì, credo che a lui potrei anche dire tutto” aggiunse fra sé e sé.
“Molto bene” rispose la madre. “Quanto a me, è meglio che torni a Ftia, ora”. Si avvicinò al giovane e lo abbracciò forte, consapevole di non avere molte altre opportunità per farlo: non mancava molto tempo al giorno in cui Achille sarebbe stato colpito a morte, proprio per mano di Paride. Rimasero accanto senza parlare, fino al momento in cui il guerriero si
accorse di un gruppo di soldati Achei, guidati da Aiace Telamonio, che veniva verso di loro. Achille non aveva ancora notato che Aiace teneva tra le braccia le spoglie di un altro guerriero. Patroclo.

Gloria Parlatore,II C

Lascia un commento.