I libri hanno un considerevole valore sociale. Coloro che si dedicano alla lettura sondano un terreno gremito di stimoli, a partire dal quale possono coltivare e tessere un fertile scambio di idee e opinioni, interrogarsi e confrontarsi su tematiche di attualità, costruire rapporti e coltivarne altri.

Ma oggi la soffocante e assillante politica del merchandising sta condizionando e alterando il nostro legame con i titoli, che si fa sempre più sottile e allontana gli stessi librai dalla loro principale ambizione, ovvero la filosofia secondo cui dall’informazione possiamo costruire una nostra cosciente formazione e una ferrea ideologia personale, costretti ad affondare le radici nella cultura di massa che si nutre di squallido marketing. 

È questo uno degli argomenti che abbiamo toccato con la signora Liliana Caminiti, proprietaria della Libreria Interno 95 con sede in via Dante Alighieri, un posto di ritrovo per molti giovani. 

La proprietaria si è rifiutata apertamente di esporre gadget nelle vetrine del suo negozio, per il timore di trasformare quella sua amata libreria in una merceria qualunquista. «Lo scopo di una libreria devono essere i libri, i libri e nient’altro» ribadisce Caminiti con orgoglio e convinzione.

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