n che direzione sta andando la scuola?

Questo l’interrogativo che ha aperto l’incontro di mercoledì 6 marzo, tenutosi nell’aula Magna del nostro liceo. Hanno disquisito sul rapporto tra Antonio Gramsci e la scuola il prof. Piero Maltese (docente di Pedagogia generale presso UNIPA) e il prof. Maurizio Muraglia (docente, scrittore e blogger), a moderare il prof. Mario Minarda del nostro istituto.

Il dibattito ha preso avvio da una questione: ossia dalla tendenza, sempre più diffusa, di trovare “utile” o “spendibile” quanto si studia nelle aule scolastiche. La scuola può e/o dovrebbe avere finalità pre-professionalizzanti?

A partire dalla lettura di alcuni passi tratti dai Quaderni del carcere, si è cercato di trovare delle risposte ai quesiti di cui sopra. Anzitutto abbiamo appreso che Gramsci non era un pedagogista, ma la didattica lo interessava in relazione alla sua proposta politica. Secondo Gramsci, infatti, l’esercizio del potere nelle società complesse deve essere capillare, microfisico, ne consegue dunque che non si può fare a meno di prendere in esame l’apparato educativo e il ruolo degli intellettuali rispetto alla comunità.

Oggi si tende a considerare le aule scolastiche come un luoghi estranei al dibattito politico e sia mai che qualcuno proponga di inserirlo tra le attività da svolgere in classe. Eppure, c’è chi sostiene che non ci sia luogo più politico della scuola. Gramsci sosteneva che proprio la scuola dovesse essere un «campo di lotta», un luogo in cui cercare di comprendere e discutere su quanto accade nel Paese e nel mondo, anche discostandosi dall’ideologia comune (o dominante come avrebbe detto qualcun altro). «L’insegnamento quale azione emancipatrice» è stato detto durante l’incontro, «azione continua di smascheramento». Obiettivo dell’istituzione scolastica dovrebbe essere rendere gli studenti cittadini consapevoli, dotati di spirito critico (evitando, magari, di prenderli a manganellate mentre esercitano il libero pensiero).

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